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….. vista ed emozioni, uno studio antico di oltre 2000 anni …

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Per  una Vita sana

è fondamentale avere  una Visione sana della vita

ed è oltremodo necessario  liberarsi di tutte le emozioni negative ……  come   ?

 

proprio come si fa  con i vestiti tarlati

Esiste una tecnica  molto antica, alcuni la fanno risalire a 5000 anni fa,  altri a 2000  anni fa, altri ancora a circa 1000 anni fa.

Fu il movimento che ha avuto, sempre,  una particolare attenzione allo studio dell’animo umano,  che ne ha lasciato le prime tracce, sto parlando  dell’enneagramma, attraverso, la quale tecnica, si scopre come  particolari passioni o vizi sono alla base di cattive risposte somatiche fino alla realizzazione della malattia.

Vediamo come questi insegnamenti millenari ci spiegano la relazione tra animo è corpo/materia, attraverso un linguaggio simbolico, la parola simbolo deriva dal greco   sun + ballein  significa

” unire,  tenere insieme ”

 Secondo Jung non esiste solo un inconscio personale, individuale, ma anche un inconscio collettivo, sottostante al primo, nel quale compaiono immagini primordiali, gli archetipi comuni a tutti l’umanità.

Ecco che il simbolo quindi a livello inconscio è qualcosa che permette a due elementi di ritrovarsi, di stare insieme,  di   ” coesistere “.

La scrittura primordiale, espressione ” materiale ” del linguaggio parlato, era fatta proprio di simboli.

Il linguaggio quindi porta in sé fin dai primordi le valenze simboliche più profonde.

 

 

L’ira trattenuta, può sviluppare, in soggetti giovani e improvvisamente, la corioretinopatia centrale, ben documentabile con mezzi diagnostici quali l’OCT o la fluorangiografia, e cioè un edema maculare acuto che può ridurre la visione a 1/10 o poco più.

 

I fattori psichici modellano un organo e la sua funzione e una certa malattia esprime lo stato mentale del soggetto malato.

 

La visione non è un sistema rigido, naturalmente, ma risponde a un processo dinamico che mette in relazione l’individuo, dotato di un certo patrimonio genetico e costituzionale,

con l’ambiente in cui vive ,

con le necessità che deve superare

e con il suo atteggiamento conscio e inconscio.

Come sempre il linguaggio simbologico e i miti costituiscono un terreno fecondo di informazioni utili a seguire la nostra ricerca verso le motivazioni individuali che rendono necessaria la malattia oculare.

Tra gli eschimesi

“colui che ha occhi”

è lo sciamano:

frequentemente gli sciamani siberiani indossano caschi corone con frange che coprono gli occhi perché gli sciamani devono usare solo lo sguardo interiore.

 Nella mitologia egizia, si racconta che il dio Horus fece a pezzi il malvagio dio Seth per vendicare il padre Osiride, ma perse un occhio.

L’occhio strappato di Horus era la Luna, cioè il sinistro, e fu trovato in una rete da pesca:

 

la retina ha un aspetto di rete e “pesca” immagini.

 

L’occhio di Horus è famoso nella iconologia egizia e costituiva per il popolo minuto, nelle epoche più tarde, un talismano di indiscusso potere apotropaico.

Bisogna perdere un occhio, cioè se stessi, e, nel caso di Horus, la propria parte sinistra, cioè femminile, passiva, emozionale, ricettiva, che si abbandona, perderla alla vita materiale per integrarla in una visione superiore e
ritrovare la parte autentica di sé.

I disturbi  oculari hanno a che fare, quindi, con una visione “altra”, diversa  da quella che la nostra esperienza ci impone e che noi censuriamo dentro di noi.

Quando restiamo legati agli schemi abituali del nostro vedere, il nostro inconscio ci suggerisce che esiste altro da indagare.

 

I disturbi della vista, quindi, sotto questo aspetto, hanno a che fare con la nostalgia di una visione che le abitudini gli schemi mentali ci fanno dimenticare.

 

Ma esistono molte altre simbologie che toccano l’occhio, l’unico organo che deriva contemporaneamente da tutte e tre i foglietti embrionali.

Prendiamo ad esempio un altro aspetto simbolico, quella della relazione fra occhio, bile e fegato,  legata alla storia di Tobia nella Bibbia approvata dai cristiani.

 

Tale vicenda che racconta la guarigione di Tobia ottenuta con la bile del pesce si pensa che risalga al tempo di Assarhaddon re di Assiria (681-669 AC).

Fin dai tempi antichi la bile, detta anche fiele, si usò sempre contro le macchie corneali soprattutto se, secondo Oribasio, era di iena, di vipera o di aquila.

La bile proviene dal fegato, peraltro, e con il fegato, si facevano, come consigliava Ippocrate,

 

fumigazioni adatte alle malattie oculari.

 

Tobia, guidato dall’arcangelo Raffaele, in incognito, riesce finalmente a guarire gli occhi del padre Tobi con la bile e il fegato del grande pesce.

Nella storia di Tobia troviamo tutti gli ingredienti dell’opera in nero alchemica come il cane che precede sempre Tobia, la notte, la purificazione dei piedi, ecc.

Alla fine, mentre Tobia si lava i piedi, vicino a un fiume, un enorme pesce balza dall’acqua per divorargli un piede.

Nonostante la paura, su consiglio di Raffaele, Tobia estrae il pesce e lo sviscera, conservando,però, il cuore, il fegato e la bile.

E con la bile, infine, dopo il matrimonio con Sara, cioè la parte femminile di sé, la propria Eva, finalmente uomo integrato e integrale, Tobia potrà tornare e guarire gli occhi del padre, spalmandogli sopra la bile del
grande pesce.

Pesce che è evidente parallelo della balena di Giona, che ancora simbolizza il nostro inconscio.

Un piccolo particolare di questa storia ricca e complessa, pregna di elementi simbolici di ogni ordine e grado, è molto interessante.
Dopo che Tobia ha spalmato la bile, ci vuole circa mezz’ora prima che Tobia  guarisca e solo allora fuoriesce dall’occhio una pellicina biancastra simile all’uovo che, estratta da Tobia, immediatamente reintegra la vista di Tobi.

 

Cioè la vista vera può scaturire solo da un uovo, da una rinascita autentica, dalla conclusione di un ciclo.

 

La maggior parte delle malattie del fegato e della cistifellea sono legate al rifiuto

 

“di vederci chiaro”,

 

un rifiuto di discriminare il grano dal loglio,

il rifiuto di voler scavare dentro di sé verso i beni più profondi,

facendosi occupare da ostilità di scarso valore.

E ci vuole infatti coraggio (aver fegato!) per riuscire a rendere utile il nocivo, e saper utilizzare e trasformare il bene in male.

E infine l’occhio legato al mito dell’androgino o dell’incesto alchemico,

L’atto del guardare è attivo, predatorio, yang; l’atto del vedere è passivo, raccoglitore, yin.

Il cristallino giace dentro l’occhio come un feto dentro la madre.
L’occhio è come un uovo. Dove vive il maschile in connubio profondo col femminile.

 

Dove germina la vita.

 

Nell’antico Egitto si pensava che tutto l’Universo avesse avuto origine da un uovo.

È curioso come fin dall’antichità convivessero due spiegazioni sul meccanismo della visione.

 

Uno ordinava il vedere come un invio di raggi dal nostro occhio verso il mondo, come una cattura (pesca) di oggetti del visibile e l’altro, invece, come un recepire passivo di raggi che dall’esterno occupavano i nostri
sensi visivi.

E non necessariamente, dalle fonti antiche, i due processi erano in antitesi.

L’occhio è un padre cacciatore ma altresì una madre che, generosamente, accoglie.

 

È quindi, un organo bisessuato, maschile e femminile contemporaneamente.

 

In greco antico il termine “ophthalmos”, scomposto, prevede un significato che, quindi, non ci può più sembrare singolare:

intima camera nuziale.

 

Dove il maschile e il femminile si conoscono e generano.
Generano il senso che, in assoluto, utilizziamo di più nella nostra vita:

il vedere, la vista.

 

Lo stesso paradigma viene ripetuto nel termine:

 

“talami ottici”

 

riferendosi alle strutture cerebrali superiori che radunano le informazioni raccolte dai nervi ottici.

 

Nel Vangelo gnostico di Filippo si afferma che il letto nuziale non è per gli schiavi e le donne impure, ma per gli uomini liberi e le donne vergini.

 

Perché solo i maschi e le femmine che sanno possono raggiungere la vera camera nuziale.

 

Maschi e femmine che sono come fratello e sorella perché generati dalla stessa razza e appartenenti alla stessa famiglia spirituale.

 

Nell’antico testo egizio:

“Il mito della vacca celeste”, il dio Ra,

padre dell’umanità, espressamente afferma che gli uomini sono nati dal suo occhio.

 

E la malattia oculare, infatti, trae concordanze con la capacità o meno di generare all’interno dell’occhio quelle immagini, figlie e figli del mondo che invaderanno la nostra mente.

 

Infine, quando siamo innamorati le pupille si dilatano e vedremo negli occhi dell’amante e amato noi stessi rovesciati al contrario.

 

 

 

le informazioni sono tratte da appunti  personali ed atti del congresso SIMP
( Società Italiana Medicina Psicosomattica)
 
 

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