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” Felicità dell’anima Salute del corpo “

12 Feb

Lucius Annaeus Seneca

Non credere che la felicità dell’uomo possa dipendere dal benessere materiale.

 

La soddisfazione che deriva dai beni esterni manca di una solida base:

ogni gioia che viene dal di fuori se ne andrà

ma quella che

l’uomo trae dal proprio intimo è sicura e salda;

essa cresce e ci accompagna fino alla morte.  Tutti gli altri beni, tanto ammirati dal volgo, sono effimeri.

«E che?

Non possono essere utili e piacevoli?»

Chi dice di no?

Ma a condizione che essi dipendano interamente da noi, e non noi da essi.

Tutti i beni, che, derivano dalla fortuna possono procurare

gioia e utilità

solo se il suo possessore è anche

padrone di sé e non è schiavo delle sue cose.

 

Erra, o Lucilio, chi attribuisce alla fortuna il potere di farci del bene o del male. Essa fornisce solo la materia dei nostri beni e dei nostri mali;

ci dà gli elementi di ciò che si svilupperà in noi sotto forma di male o di bene.

L’anima è ben più forte della fortuna

 

è lei a dirigere le cose in un senso o nell’altro;

è lei la causa della sua felicità o della sua infelicità.

Se è cattiva, volge tutto in male, anche ciò che le era apparso il più gran bene;

se è retta e sana,

corregge i mali della fortuna,

ne raddolcisce e sa tollerarne le asprezze,

accettando con gratitudine e con moderazione la prosperità,

con fermezza e coraggio le disgrazie.

Ma,

per quanto essa sia saggia,

per quanto agisca sempre dopo maturo esame,

per quanto stia attenta a non tentare niente al di sopra delle sue forze,

non otterrà quel bene inalterabile e sicuro da ogni minaccia se non avrà da opporre ben salda

la sua certezza all’incertezza delle cose.

Sia che tu voglia osservare gli altri, le cui vicende riusciamo a giudicare più liberamente, sia che voglia osservare te stesso con ogni imparzialità, comprenderai e confesserai che in tutti gli oggetti desiderabili e cari non c’è alcuna utilità se non ti sei premunito contro l’incostanza della sorte e degli eventi che ne seguono;

se, in tutte le traversie, non sei pronto a ripetere senza lamenti:

«Gli dèi hanno disposto diversamente».

Anzi, ti voglio suggerire una formula più efficace e più giusta per sostenere meglio il tuo spirito.

Tutte le volte che l’evento sarà contrario alla tua attesa, di’:

«Gli dèi hanno disposto meglio».

A chi si trova in tale condizione di spirito nessun male fa paura.

E arriviamo a tale condizione quando siamo capaci di raffigurarci tutte le possibili vicissitudini umane prima di subirne gli effetti;

quando, pur avendo figli, moglie e patrimonio, siamo convinti che non potremo averli sempre e che, se ci sfuggono, non diventeremo più infelici.

Ma è ben miserabile l’anima ansiosa per il futuro,

sventurata prima della sventura,

angosciata dal timore di non poter conservare fino all’ultimo le cose che ama.

 

Ella non avrà mai pace e l’attesa del futuro le toglierà anche il godimento del presente.

E, invero, il dolore per i beni perduti o il timore di perderli sono sentimenti equivalenti.

Ma non devi credere che io ti consigli l’indifferenza.

Evita pure i mali più temibili.

Provvedi con saggezza a tutto ciò a cui si può provvedere; qualunque sia il pericolo che ti minaccia, cerca di prevederlo e di sventarlo prima che ti colpisca.

Ti gioverà molto a questo scopo la fiducia e il fermo proposito di tutto sopportare.

Può guardarsi dalla fortuna chi sa affrontarla:

in un animo sereno tutte le difficoltà si appianano.

Non v’è infelicità, né stoltezza maggiore di un timore intempestivo.

Com’è  folle questo desiderio di prevenire i propri mali !

Infine, per esporre brevemente il mio pensiero, ti parlerò di quegli uomini che si affaticano a tormentarsi,  che non hanno il senso della misura,  sia prima che durante le sventure.

Chi si duole prima che sia necessario, si duole più del necessario.

Per quella stessa debolezza per cui non sa aspettare il dolore, non sa neppure valutarne l’entità.

Con la mancanza di moderazione egli s’illude che la sua prosperità sia stabile, che i beni a lui toccati non solo siano duraturi, ma crescano; e, dimenticando la volubilità a cui soggiacciono le cose umane, a sé solo promette una stabile fortuna.  Perciò, a mio avviso, è molto efficace l’espressione usata da Metrodoro nella lettera per consolare la sorella che aveva perduto un figlio di belle speranze:

«Ogni bene dei mortali è mortale».

Egli parla di quei beni bramati dai più.

Ma il vero bene che non muore, stabile ed eterno, è costituito dalla saggezza e dalla virtù:

questo bene è l’unica cosa immortale avuta in sorte dai mortali.

Eppure essi sono così insensati e dimenticano tanto facilmente il destino mortale verso cui sono spinti giorno per giorno, che si meravigliano se perdono qualcosa, quando un giorno dovranno perdere tutto.

Qualunque sia l’oggetto di cui sei riconosciuto padrone,  esso è accanto a te, ma non è tuo.

Non vi può essere nulla di stabile per chi è instabile;

niente di eterno e di durevole per chi è fragile.

È inevitabile la morte, come è inevitabile la perdita dei beni; anzi, a ben comprendere, questo è motivo di conforto.

Sappi abbandonare tutto serenamente, poiché devi morire.

Che faremo, dunque, di fronte alla perdita dei beni?

Ci ricorderemo di essi e impediremo che con essi vadano perduti anche i frutti che ne abbiamo ricavato.

Se ci è tolto il possesso, non può esserci tolto il ricordo di esso.

È veramente ingrato chi, dopo aver perduto una cosa, non si considera in debito per averla posseduta.

Il caso, anche quando ci toglie una cosa, ci lascia tuttavia quei vantaggi che la cosa ci ha dato; ma noi, con i nostri ingiusti rimpianti, perdiamo anche quei vantaggi.

Di’ a te stesso: tutte queste cose che sembrano terribili possono essere dominate.

Ci furono molti uomini che le vinsero.

Muzio vinse il fuoco,

Regolo la tortura,

Socrate il veleno

Rutilio l’esilio,

Catone la morte di spada.

Anche noi dobbiamo vincere qualcosa. D’altra parte, ci furono spesso molti che seppero disprezzare quei beni che attraggono il volgo con le loro belle apparenze.

Fabrizio, quand’era console, rifiutò le ricchezze; divenuto censore, le condannò;

Tuberone pensò che la povertà fosse degna di lui e del Campidoglio quando in un pubblico banchetto, usando vasellame di argilla, dimostrò che l’uomo dev’essere contento di quello che si adopera anche per i servizi divini.

Sestio padre rifiutò una brillante carriera; infatti, pur avendo diritto, per la sua condizione sociale, di partecipare al governo dello stato, non accettò il laticlavio che gli offriva Giulio Cesare:

egli capiva che quanto può essere dato può anche essere tolto.

Anche noi, dunque, facciamo in modo, con qualche azione coraggiosa, di essere annoverati fra questi uomini esemplari.

Perché non dovremmo aver fiducia? Tutto quello che altri furono capaci di fare, anche noi possiamo farlo, purché purifichiamo il nostro cuore e seguiamo la natura.

Chi invece si allontana dalla natura cadrà in balìa delle cupidigie, delle paure e dei capricci della sorte.

Possiamo tornare sulla retta via e riacquistare la nostra integrità;

riacquistiamola, per essere capaci di sopportare qualunque dolore che possa assalire il nostro corpo.

Potremo così dire alla fortuna:

«Tu hai di fronte a te un uomo; se vuoi vincere, rivolgiti altrove».

… Con queste parole, o con espressioni simili a queste, si allevia il dolore della piaga, che, come mi auguro, sarà mitigato fino a guarire; o, di necessità, resterà a invecchiare con lui.

Ma per lui sto tranquillo: la perdita sarà nostra, se ci vien tolto un così nobile vecchio.

Infatti egli è sazio di vita e non desidera che essa si prolunghi se non per essere ancora di utilità ai suoi amici.

Da parte sua rimanere in vita è un atto di generosità. Un altro avrebbe già posto fine a questi tormenti. Egli, invece, considera ugualmente turpe rifugiarsi nella morte e fuggire la morte.

«E che?

Se le circostanze lo consiglieranno, non se ne andrà?»

E perché no, una volta che nessuno avrà bisogno di lui, ed egli non avrà più altro da fare che soffrire?

Ecco, caro Lucilio, che cos’è apprendere a vivere la filosofia e a realizzarla nelle situazioni concrete:

significa vedere quale fermezza d’animo un uomo onesto sappia mostrare la morte, contro il dolore, quando quella si avvicina e questo l’opprime. Apprendiamo quello che bisogna fare da chi lo fa.

Finora noi abbiamo cercato di appurare solo con ragionamenti se uno possa resistere al dolore e se anche gli animi coraggiosi si abbattono quando sentono vicina la morte.

Che bisogno c’è di parole?

Guardiamo ai fatti: non è la morte che rende forte quest’uomo contro il dolore, né il dolore che lo fortifica contro la morte;

l’uno e l’altra egli affronta fidando solo in sé.

Sopporta con pazienza il dolore non perché speri nella morte, e accetta volentieri la morte non perché sia stanco del dolore.

Tollera l’uno, attende l’altra. 

Seneca, Lettere a Lucillo

 
5 commenti

Pubblicato da su 12 febbraio 2015 in Blog

 

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5 risposte a “” Felicità dell’anima Salute del corpo “

  1. Renato

    12 febbraio 2015 at 12:22 pm

    complimenti è molto interessante

    Mi piace

     
  2. LIDIA FONTANELLA

    12 febbraio 2015 at 1:59 pm

    Reblogged this on Lidia Fontanella.

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  3. Emanuela Pecorario

    12 febbraio 2015 at 3:40 pm

    Interessante quel Seneca lì……..ed alla pari il testo, oserei dire! Preziose, come al solito, le Tue due scelte!…..Oggi però voglio metterle io, in correlazione, la Felicità e la …Salute, Seneca a parte! Non certo per toglierle qualcosa a Lui, non mi permetterei mai! Perchè questa mia necessità? Solo perchè forse, con una visuale diversa la mia, ed anche più contemporanea,rispetto ad allora, riusciamo a capirci meglio tutti. Intento dire, per prima cosa, che entrambe sono ben collegate l’una all’altra e, l’una non può….per me, fare a meno dell’altra! Pensaci, se non è così. Se manca la Felicità, puoi avere, o meno la Salute ! Non è un gioco è la realtà ….di sempre! A volte si ha fortemente paura che, immediatamente dopo quell’attimo di felicità, possa avvenire qualcosa di spaventoso e negativo, comunque! E così è, nella maggior parte dei casi…., può capitare di tutto, salute compresa…ovviamente! Ma questo non solo oggi, bensì anche ieri e dall’inizio quindi, da Adamo ed Eva….. se mai sono esistiti o, solo due simboli, rappresentanti un uomo ed una donna, con i quali poter iniziare a parlare della Sacra Bibbia.
    Però, secondo punto di vista, se manca la Salute….. la Felicità non arriverà mai e poi mai, e mai avverrà, a differenza dell’altra, ….. la cosa contraria!
    Questo eè il mio piccolo pensiero e punto di vista! Ti saluto cara Lidia, un bacio e Grazie per aver accettato, Alessandro, nella Tua schiera!!!!1

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    • LIDIA FONTANELLA

      13 febbraio 2015 at 11:07 am

      Grazia a te Emanuela,

      è sempre un piacere leggerti, mi fa molto piacere e ti ringrazio per lo scambio ed il confronto.

      Questa lettera di Seneca, mi ha particolarmente colpita per la contemporaneità di pensiero, nonostante fosse scritta all’incirca 2000 anni fa.

      Riflettevo sul fatto che cambiano i tempi, le mode, l’economia, …… trascorrono i secoli e……. alla fine non cambia nulla se, in primis,

      non nutriamo il nostro interno, la nostra anima.

      Oggi abbiamo disponiamo molti più beni materiali che alleviano la nostra vita, rispetto a 2000 anni fa, case calde, cibo, auto, lavatrici, ecc ecc.

      eppure c’è un alto grado di malessere. Alti tassi di depressioni, panico e disturbi d’ansia, ad un livello sottile, energetico, con una corrispondenza

      di malattie organiche elevatissime. Basta pensare che all’emozione paura, sono legate moltissime, davvero tante malattie fisiche.

      Riguardo alla Felicità, con un effetto durevole, è argomento ” complesso ” ed è per questo che merita un’ articolo tutto suo. Con la promessa che sarà

      il tema del mio prossimo articolo …..

      Ti abbraccio a presto.

      Ps.
      è stato un piacere accogliere Alessandro.

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